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“La boje, e de boto la va fora”

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"La boje e de boto la va fora"

Viviamo in una società in cui tutti sanno criticare ma in pochi si espongono per ciò in cui veramente credono. Dopo solo 135 anni dalla nascita dei primi scioperi agrari in Polesine, ci stiamo rassegnando a non credere nel valore che le proteste hanno. Da ragazzo, mi accorgo che lo sciopero viene considerato inutile, non ha nessuna considerazione!

Una volta si era disposti a perdere la vita ma al giorno d’oggi chi perderebbe una giornata di stipendio per manifestare il propio disaccordo?

Vorrei fare un passo indietro nella storia e portarvi nel Polesine del 1800.

Condizioni socio-ecnomiche a fine ‘800

In Polesine si viveva in condizioni di estrema povertà. La paga giornaliera in media era di una lira e dieci centesimi e i soldi non bastavano nemmeno per mangiare. L’unica fonte di sostentamento come ben saprete era il mais. Non esistevano i sindacati e ogni forma di protesta era punita con la reclusione o con la violenza. I contadini avevano solo doveri e non era permesso loro di opporsi.
A peggiorare la situazione tra il 1884 e il 1888 riapparve il Colera e tra il 1885 e il 1886 s’aggiunse il Vaiolo. Nel 1904 un decreto prefettizio in data 22 marzo, dichiarava il comune di Crespino una zona colpita da Pellagra.

La Pellagra

Da cos’è causata la Pellagra?
Il mais contiene la vitamina PP  la quale però non si trova alla forma  libera e quindi non è sintetizzatile dall’organismo. Ciò comportò una carenza di vitamina del gruppo B(3) che causò l’insorgenza della Pellagra. Questa malattia detta anche “pelle agra”  procurava dermatite, diarrea e demenza.
Per contrastare il problema fu aperta una “locanda sanitaria”.
In questi anni oltre alla denutrizione che abbassava le difese immunitarie e aumentava il rischio di ammalarsi, ci fu un’importante alluvione. Nell’ottobre del 1882  la rotta dell’Adige causò miseria e desolazione in tutto il Polesine. A San Cassiano l’acqua arrivava a 1,70 m di altezza e vi rimase per 5-6 mesi, di conseguenza non fu possibile seminare e questo comportò la carenza di cibo  ( 1883).

La Boje

Il malumore e la rassegnazione aumentarono finché nel 1884 avvenne il primo sciopero contadino polesano, chiamato anche Boje. Il motto “La Boje e de boto la va fora” rappresentava l’insofferenza dei contadini che per anni avevano sopportato e accumulando malumore che ben presto si trasformò in un’energica protesta contro gli imprenditori e i grandi proprietari terrieri. A Crespino, nacque un Circolo di partito capeggiato da G.Gardellini il quale incitava i lavoratori a protestare per rivendicare i loro diritti umani e civili.
La rivolta sorta a Ceregnano, più precisamente tra Pezzoli e Gavello, ben presto si estese anche a Crespino dove i contadini presero coscienza e si accorsero di avere dei diritti.

Il canto popolare sotto citato faceva da sottofondo alle proteste popolari:

“L’Italia l’è malada,
Sartori l’è el dutur,
Par far guarir l’Italia,
Tajem la testa ai siur.

La boje, la boje 
e de boto la va fora.
La boje, la boje 
e de boto la va fora”.

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Rappresentazione delle proteste dei contadini. Foto tratta dal teleromanzo: “Il mulino del Po” di Bacchelli

La nascita delle Leghe rosse e delle Leghe bianche

In questo periodo, si formano le Leghe rosse a tutela dei lavoratori, guidate da G.Gardellini che distribuiva tra la popolazione opuscoli anarco-socialisti. Le Leghe rosse molto spesso erano scuole di ateismo e odio contro la Chiesa. Il vescovo Antonio Polin il 17 luglio 1884 scrisse al parroco di Crespino mons. Luigi Girotti , esortandolo ad istituire un “ufficio di lavoro”. Tale organo doveva diffondere i principi etico-sociali che la chiesa aveva sempre insegnato e che in altri tempi avevano reso importati le organizzazioni operaie.
Sorsero così, anche a Crespino, le Leghe bianche operaie volute da mons. Luigi Girotti e affidate al laico cav. Giuseppe Marzolla. Nonostante le continue proteste, la situazione non migliorò e nel 1902 si arrivò ad un doloroso scontro. I contadini chiesero di ristabilire nuovi patti con i proprietari terrieri ma questi si rifiutarono e decisero di discutere solo con contadini che non erano iscritti alle Leghe.
Le richieste erano:

  • revoca degli sfratti
  • l’allontanamento dei crumiri
  • il condono dei risarcimenti dei danni causati
  • la redazione dei patti in forma legale.

Ogni trattativa venne interrotta e gli scioperi nati con tanto entusiasmo e sete di giustizia portarono solo morti ed incarcerazioni.
Solo in Polesine avvennero 32 processi con 160 condannati. Migliaia di persone furono poste in stato di arresto e in centinaia morirono per aver manifestato la loro voglia di giustizia.

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La società operaia

 

Una tragedia che non ha fine

Ad aggravare la situazione in paese, tra il 1902 e il 1905 ci furono alcune devastanti calamità naturali tra cui l’allagamento di metà Crespino perché le acque non si riuscirono a far defluire nel Nuovo Collettore della Bonifica, a causa delle infiltrazioni dovute alle piene del Po, molte case in via Sant’Antonio divennero inagibili. Nella primavera del 1905 ci fu un’alluvione e il 23 giugno un uragano distrusse i raccolti. L’unica speranza che rimaneva ai poveri era quella di riuscire a superare l’inverno.

I prezzi delle merci aumentarono, i salari diminuirono, i sussidi alle famiglie e ai poveri vennero bloccati, il comune fu costretto a chiedere prestiti alle banche e ai privati.
L’amministrazione comunale non potendo più rimediare alla situazione del paese per via della mancanza di fondi monetari, fu costretta a cedere Crespino nelle mani dei signori che per via del loro patrimonio economico, comandavano il paese.

Tassare i ricchi per aiutare i poveri

Il sindaco Giuseppe Marzolla affranto dalla situazione propose due tasse, una  per le famiglie più ricche del paese e un’altra sul vino, ma la proposta fu subito bocciata.
Data l’irrimediabile situazione, l’amministrazione rassegna le dimissioni in data 07/gennaio/1920.

 

Riprendendo il discorso iniziale vorrei concludere con una mia citazione:
“Viviamo nell’euforia del successo, alla ricerca del denaro che ci conduce alla privazione dell’essere uomini veri”.

Gianmaria Alberghini

Autore: Gianmaria Alberghini

Crespinese, studente, affascinato dalla storia e dall’arte.
Attivo nelle associazioni di promozione culturale e territoriale crespinesi.
Ho fatto del volontariato uno stile di vita!!!

“La boje, e de boto la va fora” ultima modifica: 2019-01-22T20:59:51+01:00 da Gianmaria Alberghini

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