LO SAPEVI CHE Non categorizzato PERSONAGGI VALORI

Il colera in Polesine

Img 4047

Nel precedente articolo vi ho parlato delle condizioni socio-economiche dei polesani alla fine del 1800. Abbiamo scoperto che i primi scioperi agrari nacquero proprio nella terra tra i due fiumi e che i lavoratori rivendicarono i loro diritti umani e civili. Negli stessi anni la fame, la denutrizione e le scarse norme igieniche, portarono allo sviluppo di alcune malattie come la “lebbra della campagna” (Pellagra) ed epidemie quali il vaiolo e il colera.

Un’insegna che  isolava dalla società

All’ingresso delle case dei malati veniva posta una targa in legno che vietava l’accesso alle persone sane. Tutti coloro che si stavano avvicinando al giorno del giudizio, non potevano ricevere visite se non quella dello stradino Antonio Bolognesi detto Bisin. Solo lui poteva  portare ai malati, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, le medicine, gli alimenti, l’acqua e ogni tanto qualche bicchiere di vino. Lo stradino era l’unico autorizzato a rimuovere i cadaveri, disinfestare le abitazioni e bruciare gli effetti personali dei deceduti.
Antonio Bolognesi era sempre in grado di portare una parola di conforto e speranza.
Le campane non suonavano nemmeno da quanti erano i morti e i falò per bruciare gli oggetti contaminati, costellavano le terre del paese. A Crespino, si respirava un’aria intrisa di disperazione e sofferenza. Le urla di dolore laceravano il tenebroso silenzio.

14-15 settembre 1884

E’ la notte tra il 14 e il 15 settembre 1884, Antonio Bolognesi sta svolgendo il suo consueto giro di perlustrazione quando all’improvviso, un pianto lacerante lo attira verso la casa di Pietro Dall’Occo. Con esitazione vi entra e si reca verso il letto della moglie Luigia Pavani. Questa giace pietrificata nella brandina con al petto il figlioletto lattante. E’ una scena straziante, che urla vendetta, rabbia, rassegnazione. Antonio stacca velocemente il bambino dalla madre, morta di colera. Lo stradino preso il piccolo, lo coprì con il suo mantello ed usci nel buio…. nel lazzaretto.
Corse verso la casa di Rosa Andreotti, era una ragazza-madre, povera e con quattro bocche da sfamare. Antonio bussò alla porta e la ragazza intuita la situazione fu presa da un brivido di terrore, paura e subito si girò verso i suoi quattro figlioletti che giacevano ammassati su un lettino. Il fanciullo iniziò a piangere e lo spirito materno prevalse, i quattro figli di Rosa si svegliarono e vista la scena si avvicinarono incuriositi.
Nemmeno la povertà era in grado di prevalere sull’amore.

Ritengo che questo gesto meriti di essere ricordato, soprattutto al giorno d’oggi dove il “dio denaro” prevale su ogni valore. Il gesto di Rosa Andreotti ci mostra una povertà ricca di valori, che ci rendeva uomini veri !

Chi era Luigia Pavani?

Era una contadina di umili origini, nata nel 1842. Era figlia di un certo Giuseppe e Manfrinati Carlotta e si sposò con Pietro Dall’Occo. Abitava in località Passo Doppio e morì di colera fulminante il 15 settembre 1884 a soli 42 anni. In seguito alla sua morte, il 16 settembre, vennero bruciate le coperte, i cuscini, le camicie, le lenzuola, il materasso, il cappotto, il grembiule, i fazzoletti, il gilè, gli asciugamani, i pantaloni, il cappello, le scarpe, le maglie, le pelli e le lane sia del marito che della defunta. Il figlio. venne cresciuto da Andreotti Rosa.
Fu inumata in cimitero a Crespino in data 20 settembre 1884.

L’esempio che accese la speranza

Questo gesto fu d’esempio a molte donne che con grande umiltà e coraggio, seppero essere le eroine di quel tempo. Tra le tante volenterose vorrei ricordare Maria Bolognesi, Maria Bresciani e Rosalba Folchini che cambiarono le sorti di tanti orfanelli.
A tutti coloro che seppero essere “la luce nell’oscurità”, la Giunta Consigliare in data 01 dicembre 1884, consegnò la medaglia d’argento al merito civile.

“Imparando dal passato, sarà forse l’amore che ci potrà salvare
dall’odierno decadentismo morale”.

Nasce il comitato provinciale per il colera

Il 2 ottobre 1884 il prefetto di Rovigo chiese a tutti i comuni polesani in cui si era manifestato il morbo, di istituire un comitato per raccogliere e distribuire i sussidi ai colerosi.
La Giunta Comunale a Crespino il 4 ottobre erogò la cifra di L. 100 per malato.
Il 07 ottobre dello stesso anno in seguito alla riunione della Giunta provinciale, in cui i comuni riportarono il numero e le condizioni degli affetti dal morbo, la prefettura stanziò per il comune di Crespino L. 500 in data 7 ottobre 1884. Solo dopo pochi giorni il 19 ottobre il Comitato provinciale istituito dal prefetto, donò al comune di Crespino, altre 300 lire da consegnare alle famiglie povere.
Nei mesi successivi vennero stanziati più di 10000 lire.

Istruzioni pratiche

Img 4013

Opuscolo riguardante le indicazioni del consiglio superiore della sanità

Il consiglio superiore di sanità con a capo D. Mazzini, ebbe la cortezza di scrivere dei provvedimenti pubblici preventivi.

Nella prima parte dell’opuscolo si invita il comune a:
– rispettare il regolamento sanitario del 6/settembre/1874
– bruciare tutti gli oggetti infettati
– garantire la salubrità dei cibi e dell’acqua
– porre attenzione che i pozzi neri non entrino in contatto con le acque potabili

Cautela per prevenire il male (ART.3):
– evitare cibi che possono disordinare le funzioni dello stomaco e dell’intestino
– non bere vino e liquori
– rilassare l’organismo
– mantenere calmo lo spirito
– evitare sbalzi di temperatura
– evitare gli affollamenti e le adunanze di molte persone.

L’opuscolo dall’art. 4 all’art. 7 riporta le cautele per prevenire la diffusione del morbo, che consistevano:
– nell’isolare i colerosi
– creare un ospedale dedicato ai soli affetti dal morbo
– cementare immediatamente il pozzo nero (la buca con le feci) non appena si manifestava il colera in
una casa

Cautele da usarsi quando il morbo ha assunto forma epidemica.

Il consiglio della sanità esortava a:
– creare un comitato di gestione dell’epidemia
– rivolgersi al medico per qualsiasi malessere
– identificare una persona per assistere il malato
– chiunque entrava in contatto con il coleroso doveva disinfettarsi con il cloruro di calce al 5% e con
l’acido solforico
– bisognava denunciare la malattia alle autorità
– la biancheria del coleroso doveva essere immersa nel cloruro di calco all’1% per almeno due ore
– bisognava disinfettare le abitazioni con acido fenico e solfato di ferro
– i materiali organici vomitati dovevano essere gettati in apposite fosse profonde
–  bisognava bruciare tutti i beni di poco valore
– cessata l’epidemia tutti i locali dovevano essere intonacati e imbiancati e le stanze dovevano rimanere
arieggiate per almeno due mesi

Trasporto dei cadaveri

I corpi, assicurata la morte, venivano trasportati dentro casse di legno, avvolti da un lenzuolo bagnato con soluzione di cloruro di calcio al 10%.
La cassa doveva poi essere riempita con calce viva e inumata in un apposito spazio del cimitero ad una profondità di almeno due metri sotto la superficie del suolo.
Il terreno dove sono stati inumati i cadaveri non poteva essere mosso per almeno dieci anni.

Quelle sopra citate sono solo alcune delle tante regole che il consiglio di sanità decise di rendere pubbliche. L’apice dei contaminati si ebbe nell’ottobre del 1884 e il morbo andò scomparendo l’anno successivo. Dagli archivi parrocchiali risulta che in quell’anno ci furono 185 decessi.

Gianmaria Alberghini

Autore: Gianmaria Alberghini

Crespinese, studente, affascinato dalla storia e dall’arte.
Attivo nelle associazioni di promozione culturale e territoriale crespinesi.
Ho fatto del volontariato uno stile di vita!!!

Il colera in Polesine ultima modifica: 2019-01-24T20:52:20+02:00 da Gianmaria Alberghini

Commenti

To Top